Il bordo vertiginoso delle cose – Gianrico Carofiglio

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Titolo: Il bordo vertiginoso delle cose
Autore: Gianrico Carofiglio
Pagine: 315
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Rizzoli
Genere: Narrativa contemporanea
Data pubblicazione: 02/10/2014

TRAMA:
Un caffè al bar, una notizia di cronaca nera sul giornale, un nome che riaffiora dal passato e toglie il respiro. Enrico Vallesi è un uomo tradito dal successo del suo primo romanzo, intrappolato in un destino paradossale, che ha il sapore amaro delle occasioni mancate. Arriva però il giorno in cui sottrarsi al confronto con la memoria non è più possibile. Enrico decide allora di salire su un treno e tornare nella città dove è cresciuto, e dalla quale è scappato molti anni prima. Comincia in questo modo un avvincente viaggio di riscoperta attraverso i ricordi di un’adolescenza inquieta, in bilico fra rabbia e tenerezza. Un tempo fragile, struggente e violento segnato dall’amore per Celeste, giovane e luminosa supplente di filosofia, e dalla pericolosa attrazione per Salvatore, compagno di classe già adulto ed esperto della vita, anche nei suoi aspetti più feroci. Con una scrittura lieve e tagliente, con un ritmo che non lascia tregua, Gianrico Carofiglio ci guida fra le storie e nella psicologia dei personaggi, indaga le crepe dell’esistenza, evoca, nella banalità del quotidiano, “quel senso di straniamento che ci prende quando viaggiamo per terre sconosciute e lontane”. Romanzo di formazione alla vita e alla violenza, racconto sulla passione per le idee e per le parole, storia d’amore, implacabile riflessione sulla natura sfuggente del successo e del fallimento, Il bordo vertiginoso delle cose può essere letto in molti modi. Ma tutti riconducono a un punto preciso, a una sorta di luogo geometrico dell’anima in cui si incontrano la dolcezza e la brutalità, il desiderio e la paura, la sconfitta e l’inattesa, emozionante opportunità di ricominciare.

RECENSIONE:
“Finisci di leggere tutto il pezzo, con un’accuratezza stranita, scandendo mentalmente le parole, per evitare che qualche significato nascosto ti sfugga. Ma non ci sono significati nascosti, a parte quel nome e quel cognome.”
Il romanzo racconta la storia di Enrico, in un alternarsi tra passato ambientato nei banchi di scuola e narrato in prima persona, e presente, ambientato a Bari una trentina di anni dopo e narrato in seconda. Una scelta molto particolare quella di dare del tu al lettore, che ti trascina immediatamente dentro il libro e dentro il personaggio.
In una mattina di maggio a Firenze dove vive da quando era studente universitario, Enrico Vallesi mentre sfoglia distrattamente le pagine di un quotidiano seduto al tavolino del solito bar, intento a consumare la consueta colazione, rimane attirato dal titolo di un articolo: “Paura nel centro di Bari”. Una tentata rapina a un furgone portavalori è finita con l’arrivo dei carabinieri e il successivo conflitto a fuoco ha portato all’uccisione di uno dei rapinatori e all’arresto degli altri due. Il nome del rapinatore ucciso, che aveva cinquant’anni e che era pregiudicato per reati di terrorismo commessi negli anni Ottanta e per numerose rapine, riporta Enrico alla sua adolescenza, quando era un allievo del Liceo – Ginnasio Quinto Orazio Flacco.
In quel periodo il giovane era un ragazzo timido e introverso, secondo figlio di un medico internista e di una professoressa di ragioneria negli istituti tecnici, che ambiva a diventare uno scrittore di talento.
Enrico da giovane era un liceale come tanti, un po’ solitario, con una grande passione per la scrittura e per la musica. La sua vita cambia quando nella loro classe arriva Salvatore, un ragazzo più grande, già bocciato due volte, e soprattutto politicamente impegnato, che un giorno decide di insegnare a Enrico a difendersi contro gli attacchi dei bulli.

“Da piccolo hai paura di tutto, diventi grande e smetti di avere paura. Così.”

Ma non arrivò solo Salvatore Scarrone a stravolgere la vita di Enrico, arrivò anche la bella supplente di Filosofia Celeste Belforte, che aveva spalancato a Enrico un mondo nuovo quello dei sofisti. La giovane professoressa aveva insegnato a quel ragazzino che voleva fare lo scrittore che non solo “le storie sono un pezzo di mondo” ma anche che “le cose non sono ovvie come sembrano” e soprattutto che fare filosofia “cioè pensare significa imparare a fare e a farsi domande. Significa non avere paura delle idee nuove”.
Nei discorsi di Celeste “c’erano una grazia vertiginosa e una capacità di evocazione delle intelligenze, dalle quali era impossibile non restare incantati”.

Ma per il giovane Enrico preda di una “irredimibile inadeguatezza” fondamentale sarebbe stato l’incontro con Salvatore che gli avrebbe fatto capire che non solo la scuola era una palestra di vita “… e così incominciò il mio allenamento e un pezzo della mia vita che non avrei più dimenticato”.
Trent’anni dopo

“… esci dal bar e ti sembra di non riconoscere i dintorni. Eppure quei dintorni sono casa tua da molti anni. Pensi che quella mattina non riuscirai a lavorare.”

Leggere quel nome sul quotidiano fa comprendere a Enrico Vallesi, scrittore in crisi, che è arrivato il momento di intraprendere quel viaggio rinviato troppo a lungo alla ricerca di un amore perduto e di un’amicizia infranta, perché tradita.

CONCLUSIONI:
Un viaggio a ritroso nel tempo che ha il sapore del rimpianto e che scuote la coscienza, questo è il tema dominante del romanzo.
Con Il bordo vertiginoso delle cose la sensazione di smarrimento, non appena ho terminato il libro, è stata molto, molto forte. Non riuscivo a decidere se mi fosse piaciuto o meno, né tanto meno a capire da cosa dipendesse questa mia indecisione.
E’ un romanzo che parla di adolescenza quindi, un’adolescenza vissuta negli anni ’70, che segna inevitabilmente chi la vive, senza che riesca a superare quello che è stato. Enrico da adulto si ritrova un po’ in sospeso, a guardare appunto le cose da un bordo vertiginoso su cui si tiene in equilibrio, tormentato dalla paura di cadere ma allo stesso tempo attratto dal vuoto. E’ un scrittore di successo che ha scritto un solo libro (una figura che forse sta diventando un po’ un cliché), è un uomo che è fuggito dalla sua vita e dal suo passato e che ora deve ritrovare se stesso.
Riflettendoci bene, il difetto maggiore di questo libro è che si arriva alla fine senza accorgersene. Può suonare un po’ strano, perché di solito questo vuol dire che è scritto talmente bene ed è talmente coinvolgente che si divora senza difficoltà. Il fatto è che qui arrivi alla fine e pensi che non dovrebbe essere finito, che ci sono troppe cose lasciate in sospeso, concluse quasi di fretta, che ti fanno pensare a qualcosa di incompleto. Manca qualcosa. Manca nel passato di Enrico (possibile che si lasciasse davvero trascinare così tanto dagli eventi?), ma manca soprattutto nel presente. Si chiude il libro e non si può fare a meno di domandarsi: “E quindi che succede adesso?”.
E quando rimango con questa domanda vuol dire che il romanzo mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.

CONSIGLIEREI QUESTO LIBRO?
Carofiglio la penna la sa usare eccome (ripeto, trovo la scelta della seconda persona singolare davvero azzeccata, se ne leggono pochi di libri con questa forma perché credo che non sia da tutti riuscire a gestirla in questo modo) e riesce a creare immagini e situazioni all’apparenza normali e banali, che nascondono invece verità più profonde.
Se non conoscete l’autore e non avete mai letto nulla di suo, direi che è ora di rimediare.

PS: Grazie di cuore a Eleonora per avermi fatto scoprire questo autore <3

A presto
Manu :3